Parla come mangi (ma non a bocca piena)

Hai presente quel momento in cui stai scorrendo il feed — come probabilmente fai ogni giorno — con quella sana dose di masochismo che ti trascini dietro da quando hai deciso di installare Instagram e TikTok?

Tutto scorre — prodotti, swatch, unboxing, qualche polemica che non ti riguarda — e poi appare LEI. O LUI.

Caption in inglese.
Storie in inglese.
Hashtag in inglese.

Peccato che quell’inglese, apparentemente perfetto, sembri il risultato di una competizione di lotta greco-romana tra influencer e Google Translate.

Il pubblico? Italiano.
I commenti? In italiano.
I DM? In italiano.

Ma evidentemente l’algoritmo aspetta solo loro per aprirsi ufficialmente al mercato internazionale.

E allora… parla come mangi!
Ma non a bocca piena, è maleducazione.

Il dizionario delle meraviglie 📖

Piccola premessa doverosa: sono laureata in lingue e ho un passato nel settore (non entro nello specifico), quindi parlo per la famosa deformazione professionale, oltre che per pura pignoleria.

Il problema non è l’inglese in sé.

Il problema è la performance.

E, a volte, anche un pizzico di ignoranza.

C’è una differenza enorme tra saper davvero parlare una lingua e indossarla come un accessorio di bigiotteria. Ne avevo già parlato vagamente in questo articolo.

Nel mondo beauty e lifestyle italiano è diventato quasi un obbligo: scrivi in inglese e sembri più professionale, più internazionale, più influente.
Poco importa se poi sbagli i tempi verbali, se usi make al posto di do, se non sai ancora pronunciare the, o se la sintassi delle frasi è talmente contorta che neanche un madrelingua capirebbe cosa stai cercando di dire.

Il vero capolavoro arriva quando, fra le altre cose, prendono piede parole pescate, storpiate, reinterpretate e restituite al pubblico come se fossero corrette. Altro che telefono senza fili.

“Disturbante.”
Che per loro non significa inquietante, non significa fastidioso, non significa niente di preciso.
Un rossetto è disturbante.
Un packaging è disturbante.
Un tramonto è disturbante.
Qualsiasi cosa è disturbante, a quanto pare.

“Letteralmente.”
Usato in contesti in cui non c’è assolutamente niente di letterale.
“Letteralmente morta per questo blush.”
No. Non sei morta.
Stai benissimo. Hai solo trovato un prodotto che ti piace.

“Iconico.”
Basta che il prodotto esista da più di ventiquattr’ore e diventa iconico, senza averlo mai usato.

Poi c’è il capitolo a parte dell’inglese vero, internazionale, globale.

Quello sì che ti fa sentire una content creator cosmopolita, anche se il tuo pubblico conta sì e no cento persone.

La terminologia specifica.
Le frasi idiomatiche.
I modi di dire.
E le mie orecchie che chiedono pietà ogni volta.

“It’s giving…”
Seguito da un aggettivo pescato a caso.

It’s giving eleganza.
It’s giving autunno.
It’s giving…

Cosa, esattamente?

L’impressione è che molti creator italiani non parlino inglese ma stiano facendo cosplay da beauty influencer americana.

“Obsessed.”
Pronunciato rigorosamente ob-ses-sed-deh, tre sillabe e mezza ben distanziate, con una pausa tra ognuna come se stessero leggendo per la prima volta. Ovviamente con la deH finale ben udibile.

In questo caso c’è obbligo di estasi e meraviglia: tono della voce più acuto, sorriso inquietante, occhi fuori dalle orbite.

“Game changer.”
Ogni prodotto è un game changer.

Il fondotinta è un game changer.
Il primer è un game changer.
Il cotton fioc è un game changer.

È la nuova versione di prefe e must have (pronunciato rigorosamente mast-ev-veh).
Il bello è che sono sempre le stesse cinque parole, ma a quanto pare sortiscono effetti diversi.

“Vibe.”

“Che vibe questo packaging.”

La stessa delle mie palle quando cadono sul pavimento. 👑

Tra l’altro vibe e tip seguono regole grammaticali tutte loro: a volte plurale, a volte singolare, a volte maschile, a volte femminile.

“Eyeliner” pronunciato eilainer.
“Eyeshadow” pronunciato eiscedou.
“Foundation” pronunciato fondescion.

Credo che il mio livello di rancore sia percepibile anche da Urano.

Una questione di sostanza 💄

Le famose poracciate nel mondo beauty non si misurano solo su quello che sai e sulla tua esperienza nel settore.

Non solo se conosci la differenza tra un primer e un base coat, se sai più o meno leggere un INCI, se riconosci un packaging di qualità da uno di plasticaccia.
Si misurano anche su come comunichi quello che sai.

Puoi conoscere ogni singolo ingrediente attivo di una formula, saper swatchare con precisione chirurgica, avere un occhio infallibile per le sfumature… e poi aprire bocca, o scrivere una caption, vanificando tutto in zero secondi.
La competenza non è solo tecnica, è anche linguistica, e presentarsi con una lingua — qualunque essa sia — che non padroneggi non aggiunge credibilità.

La toglie.

Ma cosa significa davvero parlare una lingua? 🎓

Esiste anche una cosa chiamata QCER — Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue.

È il sistema usato in Europa per stabilire quanto davvero sai usare una lingua.

I livelli vanno da A1 (riesci a malapena a presentarti) fino a C2 (la padroneggi davvero, con tutte le sue sfumature).
La competenza non dipende solo dal vocabolario: si misura su quattro cose precise:

  • comprensione scritta

  • comprensione orale

  • produzione scritta

  • produzione orale

Tutte e quattro.

Il livello minimo per comunicare in modo autonomo e credibile è B2.

Capisco il voler inserire un livello un po’ più generoso nel CV, ma se ti esponi sui social — dove potenzialmente ti può vedere chiunque da qualsiasi parte del mondo — forse sarebbe il caso di ridimensionarsi.
Io preferisco chi ammette serenamente di avere un A1 e di voler migliorare, rispetto a chi è convinto di essere un C2 quando sa dire solo tre frasi ripetute a pappagallo.

Anche perché, a giudicare da certi profili, sembra che i C2 li distribuiscano nei pacchetti di patatine…

Il classico “l’importante è capirsi” va benissimo in ambiti informali: se chiedi indicazioni per strada, se entri in un negozio, se stai facendo due chiacchiere.
Un po’ meno se stai parlando a un pubblico — magari numeroso — per recensire prodotti o promuovere qualcosa.

Inoltre, usare parole inglesi dentro frasi italiane non è bilinguismo.

In linguistica esiste un fenomeno chiamato code-switching: il passaggio da una lingua all’altra all’interno dello stesso discorso. È normalissimo tra persone che padroneggiano davvero entrambe le lingue.

La parola chiave è proprio padroneggiare.
Il code-switching autentico avviene tra chi conosce bene entrambi i codici e li alterna consapevolmente a seconda del contesto. Dire “hello” al posto di “ciao” non rientra esattamente nella categoria.

Detto questo, sono perfettamente consapevole che il discorso linguistico sia molto più complesso di così — si potrebbero scrivere trattati interi a riguardo. Ma questo non è un blog accademico, e comunque non è questo il punto.

L’accento: mia croce e delizia 😬

L’accento è un argomento a parte, e lo apro sapendo già che è un discorso divisivo.

Personalmente, gli accenti molto marcati mi fanno perdere la concentrazione.
Non perché siano sbagliati. Semplicemente perché la mia testa si distrae dall’ascolto e finisce per analizzare la fonologia.

L’accento italiano in particolare, quando è molto pronunciato, mi mette a disagio in un modo che non so spiegare razionalmente e che non pretendo di giustificare.
È una preferenza estetica. Punto.

Detto questo, è fondamentale non confondere accento e competenza.
Avere un accento marcato non significa assolutamente non saper parlare una lingua. Significa solo che la fonologia della propria lingua madre ha lasciato il segno — cosa normalissima, soprattutto quando si impara una seconda lingua da adulti.
Ci sono persone con un accento italiano fortissimo che costruiscono frasi perfette, usano il congiuntivo al posto giusto, hanno un vocabolario ricco e una sintassi impeccabile.

L’accento si sente, la grammatica si legge.

Il punto 🪞

Prima che qualcuno arrivi a dire:

“Ma non è detto che i miei follower siano tutti italiani.”

Sì, lo so. È la risposta prevedibile. Ma se il 95% dei tuoi commenti è in italiano, se rispondi alle domande in italiano, se le tue storie sono in italiano… forse il tuo pubblico è leggermente più locale di quanto tu voglia ammettere.

E non c’è niente di male. Essere un punto di riferimento a livello nazionale non è mica una sconfitta.
L’italiano è una lingua bellissima, ricca, piena di sfumature — tra le più studiate al mondo. Usarla bene, con precisione e personalità, è una competenza.

In un mondo di “se io avrei”, sii quello che si distingue dalla massa.

Ti prego.

Il problema non è la lingua che scegli. Il problema è sceglierla per sembrare qualcosa che non sei, invece che per comunicare davvero con chi ti segue.

E se volessi imparare davvero? 📚

Parlare italiano (correttamente) non degrada.

Non ti rende meno professionale, non ti condanna a restare invisibile e non è detto che ti privi di opportunità.
Chi sa scrivere e comunicare bene nella propria lingua si nota eccome.

Ma se l’inglese ti interessa davvero — non per fare scena, ma perché vuoi aprire i tuoi contenuti a un pubblico più ampio — la strada esiste.

Corsi in presenza.
App.
Lezioni online.
Certificazioni riconosciute.

Investire in una lingua è un’altra cosa rispetto a fingere di saperla parlare.
Nel frattempo, però, scrivere bene in italiano è già un’ottima partenza.
Non sarà internazionale, ma almeno si capisce cosa stai dicendo.

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